Introduzione

Sin dall’antichità il gioco ha caratterizzato la crescita del bambino e gli ha permesso di crearsi un universo parallelo, il cui unico scopo è il piacere. A tal proposito abbiamo cercato di definire e osservare il tema sotto diversi punti di vista, cercando, dunque, di realizzare una panoramica su ciò che il gioco è e su ciò che esso comporta, delineando i tratti comuni alle varie attività.

Il progetto si sviluppa attraverso l’approfondimento di diverse caratteristiche proprie del gioco e che sono interesse, in particolar modo,  della pedagogia, della psicologia, del diritto e dell’educazione fisica.
E’ stata dunque eseguita un’analisi approfondita per comprendere la realtà del gioco, il quale tende ad essere giudicato come un’attività futile e superflua, quando basta osservare un bambino nel momento del gioco, per comprendere quanto impegno ci metta per risolvere i “problemi” che il gioco stesso comporta. Ciò che è particolarmente interessante, infatti, è come in realtà il momento del gioco sia a tutti gli effetti un momento di apprendimento, in cui il bambino si applica in qualcosa che spesso è sconosciuto e impegnativo, affinchè riesca a comprendere l’intero meccanismo dell’attività intrapresa.
La sfera del gioco, quindi, ci è più vicina di quanto si pensi, in quanto tutti, anche se in modalità differenti, giocano: giocano gli uomini, giocano gli animali, giocano i bambini e gli adulti, caratteristica che accomuna la vita di molti. Abbiamo però osservato come, grazie a studi approfonditi in ambito scolastico, il “gioco”, che è stato nella nostra infanzia una parte fondamentale, si sia rivelato, in realtà, privilegio di pochi e argomento di numerose riforme effettuate negli anni precedenti la nostra nascita, che hanno fatto si che noi vivessimo serenamente i nostri primi anni di vita.
L’importanza del gioco si manifesta attraverso l’analisi dell’intero processo formativo dell’individuo; quest’ultimo infatti attraverso l’attività fisica e il movimento, i quali stanno alla base del gioco, raggiunge uno sviluppo fisico adeguato.
Interessante, dunque, è stato osservare come in una semplice attività, prevalentemente di carattere ludico, si racchiudano aspetti che determinano la formazione dell’individuo e come vengano a confluire tematiche che interessano materie, apparentemente poco inerenti, ma che definiscono infine, a tutti gli effetti, la sfera ludica del gioco.

Noi abbiamo approfondito il gioco attraverso varie tematiche:

La società è invasa dalle “narrazioni”, in tv, nei giornali, in internet, questo ha portato alla perdita della capacità di usare il potere delle storie per condividere saggezza. Quindi per narrazione si intende la possibilità di condividere esperienze. Bruner ritiene che il “raccontare” sia la via privilegiata per l’apprendimento.
Bettelheim invece pensa che il bambino tragga un significato diverso dalla fiaba in relazione ai suoi desideri e interessi. Mentre Giuseppe Pontremoli sottolinea come in raccontare possa trasformarsi in un raccontarsi e infine Rodari e Tognolini si concentrano rispettivamente sull’errore e sulla musicalità che è propria delle parole.

Un altro dei tanti argomenti trattati in questo progetto è il materiale strutturato.
E’ composto da materiali i cui elementi sono legati tra loro da una precisa rete di relazioni, quali: l’uguaglianza, l’ordine o la simmetria.

Presenta una struttura precisa facilmente identificabile, e permette l’esercizio di determinate funzioni cognitive.
Lo si può suddividere in quattro tipologie:
1-Gioco di finzione/simbolico:Il bambino riesce ad immedesimarsi in ruoli, attraverso l’empatia.
2-Gioco creativo/espressivo:Permette al bambino di esprimersi senza limiti e divieti.
3-Gioco con regole:Il bambino è vincolato da regole che guidano lo sviluppo corretto dell’attività in atto.
4-Gioco di costruzione:Il bambino riesce ad esplorare e potenziare le sue attività cognitive attraverso oggetti da ricomporre.
Questa tipologia di gioco ha la finalità di essere quindi uno strumento di conoscenza, permette di individuare i processi cognitivi, favorisce gli interventi di “approfondimento”, fornisce le acquisizioni delle capacità di base.

La tesina su Bruno Munari presenta questo personaggio, che non era un pedagogista, ma un architetto, che però và di diritto tra i tessitori della trama dell’educazione, infatti, Munari, da una nuova immagine di bambino, definendolo “artista” nei primi anni di vita, artista in senso naturale, che ricerca nella natura e nella casualità le forme.
Per l’educazione del bambino Munari elabora un metodo tutto suo basato, fondamentalmente, sulla naturalezza artistica del bambino che impara da solo, con il confronto con il genitore o il tutore ma senza che essi lo manipolino o lo sgridino.
Munari, essendo un architetto, compie un’analisi ben più precisa sul gioco e il giocattolo: và contro corrente, contro le idee consumistiche che non fanno altro che creare giochi inutili. Munari sostiene che per la progettazione di un giocattolo la domanda di fondo sia “Che cosa può essere utile?”; questa domanda mette in risalto come anche il gioco e il giocattolo siano utili (non solo negli anni dell’infanzia) all’apprendimento, quindi rende un giocattolo un oggetto complesso che richiede uno studio accurato: il gioco ideale deve essere capito dal bambino senza spiegazioni.
Altro nodo di riflessione di Munari è la creatività che si contraddistingue per rendere la mente pronta ed elastica e oltre ad aiutare l’individuo ha influssi positivi alla società rendendola pronta e aperta al cambiamento.
L’invenzione concreta di Munari sono i “Prelibri”, che sono libri di vari materiali che, a differenza dei libri normali, non sono più caratterizzati da una storia ma dal sollecitamento dei sensi, questi libri sono fatti di vari materiali, spesso con forme e disegni sopra, utilizzabili in qualsiasi posizione, lato e verso;  più piccoli per essere a misura di bambino.

La teoria di Winnicott nasce negli anni Cinquanta ed è basata sull’osservazione del rapporto tra madre e bambino. In relazione alla risposta della madre ai bisogni del fanciullo si può creare nel bambino il sé o un falso sé. Per quanto concerne il tema della nostra trattazione però, il concetto più importante della teoria di Winnicott è l’oggetto transizionale. Un tempo si trattava di un lembo di stoffa , messo nella culla del bambino o sulla spalla dei genitori per proteggere i tessuti dai rigurgiti, questo diventava importante  per il solo fatto di essere stato presente in momenti importanti dell’interazione tra il fanciullo e i familiari. Nel momento del distacco dal genitore la funzione dell’oggetto transizionale è quella di rassicurare il bambino ricreando la dimensione emotiva di cui lo stesso oggetto è stato testimone. Oggi il lembo di stoffa è stato sostituito, il più delle volte, con un orsacchiotto o con una piccola coperta anche se è il bambino stesso a scegliere l’oggetto e può essere qualsiasi cosa. L’elezione dell’oggetto transizionale rispetta però nella quasi totalità dei casi il fatto di essere stato presente accanto al bambino sin dai primi giorni, la morbidezza e il contatto con il bambino in una buona situazione di holding. Una volta scelto l’oggetto transizionale non verrà sostituito e non verrà abbandonato per i primi 36 mesi. Successivamente il ricorso a esso diverrà sempre meno frequente fino a scomparire del tutto. La ragione per cui si consiglia sempre di lasciare che il bambino sia pronto a compiere questo passo da solo, senza obblighi e forzature si evince chiaramente alla luce del ruolo che esso svolge nello sviluppo emotivo e psicologico e sociale del bambino. Per Winnicott l’oggetto transizionale costituisce la base della futura attività creativa e spirituale dell’adulto. Il materiale su questo tema è integrato da numerose testimonianze relative all’oggetto transizionale in ambito famigliare, scolastico e sulle patologie legate.

Qualsiasi situazione di gioco, però, non sarebbe possibile se i governi di diverse nazioni, nelle varie epoche storiche, non avessero legiferato a favore del  diritto naturale del bambino di esprimersi mediante il gioco.
La nostra analisi ci ha portato a considerare i momenti più importanti del diritto, relativi alle conquiste nell’ambito della libertà e dell’ uguaglianza al gioco.
Il tutto parte dalla “Dichiarazione di Ginevra” del Marzo 1924, la quale si occupa del normale sviluppo del bambino e di assicurare il soddisfacimento dei suoi bisogni primari. Nel 1942 le “Carte dell’Infanzia di Londra” diedero maggior sostanza e attualità al contenuto delle affermazioni della “Dichiarazione di Ginevra” e viene, in oltre, aggiunta l’indiscriminata applicazione del rispetto di razza, sesso, nazionalità e confessione religiosa. Successivamente, nel Settembre del 1963 alla “Conferenza di Zurigo” si parla del gioco all’aperto per un sano sviluppo psico-fisico del bambino.
Un’organizzazione che si è sempre fatta portavoce dei diritti dei bambini è l’ONU che, dalla sua nascita,  ha posto tra i suoi obiettivi la tutela e la garanzia dei diritti dell’infanzia.

Siamo consapevoli che la nostra ricerca possa indubbiamente apparire compilativa: molte parti possono essere frutto di assemblaggio di documenti fra loro diversi; il nostro obiettivo è stato, innanzitutto, di cercare di fare una sorta di “punto della situazione” rispetto alla molteplicità di problemi che il tema del gioco implica; crediamo che avervi riflettuto sia già un punto importante e che documentare sia già parte integrante di uno sforzo volto alla comprensione. Non pretendiamo l’originalità: confidiamo di aver invece riflettuto abbastanza e di fornire contemporaneamente ai lettori gli strumenti perché essi possano, a propria volta, pensare alle tematiche psico-pedagogiche sottese nel tema discusso. Di seguito indichiamo le fonti da cui abbiamo mutuato gran parte dei nostri testi.

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