Winnicott e l’oggetto transizionale.

Donald Winnicott
Cenni biografici su Winnicott
Donald Woods Winnicott nasce nel 1896 a Playmouth in Inghilterra. Dopo aver conseguito il diploma a Cambridge si arruola in marina all’inizio della guerra e viene imbarcato come chirurgo tirocinante. Alla fine della guerra si specializza in pediatria; poi, in seguito alla lettura di Freud decide di iniziare un’analisi. Winnicott elabora una propria originale concezione della psicoanalisi infantile aperta ai diversi influssi. Il modello di Winnicott si basa sull’osservazione rigorosa, di quanto sia importante, nello sviluppo del bambino la relazione con la madre e con l’ambiente circostante. La qualità delle cure materne consente al bambino di passare dalla dipendenza totale all’indipendenza.

Denise Vagnini all’età di due anni sta giocando con un peluche transizionale


Come nasce l’oggetto transizionale e perchè?
In molti casi e prima ancora che il bambino nasca i neo-genitori cominciano a preparare un “nido” per accogliere il proprio pargolo. Non è raro vedere nella culla del bimbo, già prima della sua nascita, un morbido oggetto di peluche che lo attende. È il primo compagno che i genitori si premurano di offrire al bambino in segno di accoglienza e per comunicargli la loro attesa e il desiderio di non lasciarlo solo.


Questo atteggiamento non è l’espressione di una moda attuale né una tendenza materialistica: in verità ha radici lontane. Donald Winnicott
parla di oggetto transizionale già negli anni cinquanta per dare definizione e spiegazione a questo diffuso fenomeno. Mentre oggi assume in genere la forma di un orsacchiotto, o comunque di oggetti morbidi e colorati, piacevoli al tatto con lembi da succhiare o manipolare, inizialmente si trattava di un semplice lembo di stoffa. La funzione psicologica di tale oggetto resta tuttavia invariata, al di là della finalità materiale a cui risponde. Si trattava un tempo (e alle volte tutt’oggi) di una pezzolina messa accanto al bimbo in culla oppure sulla spalla dei genitori per assorbire i rigurgiti o le tracce di saliva. Questa pezzolina entra pian piano a far parte del corredino del bambino e a stargli vicino continuamente quando succhia al seno, al momento del ruttino, prima di addormentarsi cullato dalle braccia materne, assorbendo gli odori non solo della madre né solo del bambino ma del loro stare insieme. La sua costante presenza diventa rassicurante per il fatto di ricreare intorno al bambino un ambiente ben conosciuto testimone della cura amorevole e presente dei suoi genitori. Queste funzioni di rassicurazione, di testimonianza e di compagnia continuano a essere svolte da questo oggetto man mano che il bambino cresce, partecipando e strutturando questo percorso così delicato.
Osservando il comportamento dei genitori con i loro bebè oppure ascoltando le raccomandazioni o le strategie suggerite a coloro che si occupano temporaneamente del bambino, scopriamo che ogni coppia genitore-bambino costruisce una modalità specifica di relazione, dei comportamenti stereotipati che si ripetono sempre nella stessa maniera e che permettono alla coppia di sentirsi unita e di sperimentare delle emozioni molto piacevoli e rassicuranti.
L’oggetto transizionale per il fatto di esser presente accanto al bambino, anche e soprattutto in questi momenti relazionali intimi, diventa testimone di questa maniera di stare bene insieme. Questo oggetto che inizialmente si trova quasi accidentalmente coinvolto nelle relazione a due finisce col parteciparvi attivamente diventandone lo strumento. Successivamente permetterà al bambino di replicare la stessa attività, di procurarsi le stesse sensazioni e riattivare le stesse emozioni anche da solo, cioè anche quando la mamma non può esser presente
Si osservano ad esempio bambini calmati dalla mamma attraverso un dondolio e l’intonazione di una melodia, che si auto-rassicurano replicando lo stesso movimento e mugolio, altri bimbi rasserenati dalla carezze materne dietro la nuca o sulla fronte che cercano di riprodurre lo stesso effetto strofinandosi il capo sul lenzuolino per riuscire ad addormentarsi. Tipico è il caso del lembo di stoffa usato per solleticarsi la zona tra il naso e il labbro superiore accompagnando la suzione di dito o ciuccio e che richiama esattamente lo stesso stimolo prodotto dal seno materno quando lo sfioramento del capezzolo con questa parte del viso produce nel neonato una reazione istintiva di orientamento. 

Jessica Daprati mentre sta giocando

Quello della suzione è l’aspetto della relazione con la madre più frequentemente riprodotto nell’attività manipolatoria con l’oggetto transizionale ma non è l’unica. É il caso ad esempio di una bimba che riesce a calmarsi strofinando tra le dita una ciocca di capelli della mamma e ha adottato tra i tanti oggetti che la madre le ha proposto per dormire sola, o per non piangere quando lei deve andare a lavorare, due bamboline identiche come oggetto transizionale. Le bamboline gemelle presentano dei capelli simili a quelli materni. La bimba prende a sfregare tra le sue dita a ogni nanna o momento di tristezza le ciocche di capelli di una di queste, al punto da dar loro un aspetto molto particolare che permette alla bimba di riconoscere e adottare come strumento rassicurante sistematicamente solo questa bambolina e non l’altra, seppur inizialmente identica.
L’oggetto transizionale ha l’imprescindibile compito di ricreare la dimensione emotiva (quella sensazione di essere amato, di esser coinvolto in una relazione, di non essere esposto all’ignoto) di cui è stato testimone e strumento. Ma non è finita qui. Se si afferma che aiuta il bambino a crescere è perché lo rende capace di regolare da sé le sue emozioni, cioè di auto-calmarsi, di ricreare questa stessa dimensione emotiva senza bisogno della presenza costante della mamma, semplicemente  ripetendo l’attività routinaria grazie all’uso del suo oggetto transizionale.


Questa funzione ha una grande importanza perché aiuta il bambino a superare il dolore della separazione costruendo in più un primissimo livello di autonomia e un sentimento di fiducia. Fiducia nell’amore di una mamma che seppure assente continua a prendersi cura di lui per il fatto d’avergli lasciato un testimone della loro intimità e di avergli insegnato a utilizzarlo per riattivarne le sensazioni. Fiducia nel ritorno della mamma, per cui l’oggetto diventa solo un tampone momentaneo alla sua assenza, che permette di prolungare l’attesa grazie al ricordo vivificato. Costruttore di un sentimento di esistenza, indipendente dalla presenza-assenza dell’altro. Infine, fiducia in se stesso, e nella possibilità di sopravvivere, di far fronte all’assenza di punti di riferimento e di ristabilire un proprio equilibrio emotivo tramite la riproduzione autonoma dell’attività rassicurante maturata nella relazione e grazie a essa.
L’oggetto transizionale nasce dunque nella relazione e grazie a questa. Non è né scelto solo dal genitore né solo dal bambino. Il bambino lo sceglie tra le varie possibilità che il genitore ha creato e messo a sua disposizione più o meno volontariamente. È un oggetto che appartiene al bambino nella misura in cui è lui ad averlo investito di certe funzioni e lo utilizza sistematicamente per ricreare a suo piacimento la situazione relazionale che gli consente di star bene. Si tratta, dunque, del depositario di una relazione, un testimone della dimensione emotiva condivisa in modo esclusivo col genitore, ma anche di uno strumento creato nel corso dell’interazione e utilizzato nel momento in cui il partner è più o meno assente per rivivere simbolicamente le emozioni legate alla sua presenza.

Winnicott rivolge il suo principale interesse allo studio del rapporto tra madre e bambino. Alla base di questo suo orientamento è la tesi che tra i due esiste una sorte di fusione. Winnicott ritiene che negli ultimi mesi di gravidanza, durante il parto e nei primi mesi di vita del figlio si sviluppi il fenomeno della preoccupazione materna primaria. È una disposizione naturale che permette alla madre di adattarsi attivamente ai bisogni del figlio. Il bambino, vedendo i suoi bisogni soddisfatti nell’immediato, sviluppa un senso di onnipotenza e non avverte di essere separato dalla madre. Dal punto di vista psicologico l’atteggiamento materno impedisce una precoce esperienza di mancanza o di perdita. Il bambino è pronto per tali esperienze più tardi quando la consapevolezza di fusione con la madre cessa. Ciò avviene con il divezzamento con cui il piccolo sviluppa un primo senso di sé. Se questo sé che all’inizio è corporeo ma presto diventa mentale, è solido e stabile, non vi è alcuna possibilità di un “crollo” psichico del bambino al momento in cui egli sente la separazione.
Veronica Casellato si immedesima nel ruolo di piccola madre

 

Gli atteggiamenti materni e lo sviluppo del sé.
La madre che riesce a soddisfare il bisogno di onnipotenza del figlio è denominata da Winnicott “madre sufficientemente buona”. Winnicott distingue tra il concetto freudiano di IO e il concetto di SÉ: la percezione del sé è quella della persona nella sua unicità la cui esistenza è avvertita nella sua continuità. Tale esistenza è solo corporea all’inizio, poi diviene psichica e relazionale. Il bambino sviluppa la propria persona attraverso il rapporto che stabilisce con gli altri. Questo può avvenire attraverso un rapporto di accondiscendenza mediante il quale il piccolo tenta di accontentare l’altro rinunciando ai propri desideri, oppure tali desideri trovano uno spazio nella relazione e favoriscono lo sviluppo di una personalità indipendente. L’incontro dei potenziali innati del bambino con le prime cure della madre, se questa è in grado di provvedere, favorisce lo sviluppo di un vero sé, in cui le inclinazioni e la creatività del soggetto trovano un adeguato spazio di espressione.
Secondo lo studioso uno degli aspetti necessari allo sviluppo di un vero sé è la capacità di essere solo, in assenza o in presenza di altri. La capacità di essere soli è anche la capacità di essere se stessi senza dover compiacere l’altro. Questo si consegue solo se da piccoli si compie l’esperienza di essere soli anche in presenza della madre. Grazie alle cure materne l’individuo ha fiducia nell’esistenza di un’ambiente “buono” che lo protegge. La capacità di essere solo è anche saper vivere in base ai propri impulsi e anche in base alle proprie pulsioni interiori, invece che in funzioni di altre.
La madre che non riesce a soddisfare il bisogno di onnipotenza iniziale del figlio è denominata invece “madre non sufficientemente buona”.
Vi sono madri incapaci di capire e sostenere i bisogni del figlio, perciò chiedono che sia lui a piegarsi alle loro esigenze. Non bisogna però pensare che Winnicott stia colpevolizzando le madri. La predisposizione materna è fondamentalmente positiva ma vi sono situazioni in cui le madri a loro malgrado, possono venir meno ai loro compiti. Nei primi tempi della vita dei figli, per esempio, le malattie, la depressione, la mancanza di un sostegno, possono far vivere al bambino la persona della madre come assente. In tal caso si sviluppa il falso sé. Esso è costituito da una serie di identificazioni compiacenti con le persone del mondo esterno che impediscono lo svilupparsi delle inclinazioni naturali. Il bambino in questa situazione ritira la forza delle proprie pulsioni innate e si schiera in modo sottomesso dalla parte dell’esigenze del mondo esterno. Lo sviluppo di un vero o di un falso sé avviene in relazione alle prime esperienze infantili ma si rinforza con quelle successive. Casi tipici di falso sé si trovano nei bambini adottati o figli unici precocemente resi adulti, primogeniti o ultimogeniti cresciuti in mancanza di un rapporto paritario.
L’importanza del gioco.
Winnicott, come la Klein, utilizza il gioco come strumento per capire i conflitti e le paure del bambino e per favorire un processo di elaborazione terapeutica attraverso le funzioni messe in opera nello scenario ludico.
Gli analisti oggi prevedono che il gioco debba sempre avere un senso e utilizzano spesso materiale ludico accuratamente scelto. Winnicott, invece, permette ai suoi piccoli pazienti di giocare liberamente. Il gioco consente al bambino di vedere le cose del mondo esterno investite di un senso nuovo: un pezzo di legno diventa un cavallo su cui il bambino galoppa felice e questo è il senso del gioco. Anche gli scarabocchi possono essere un modo di giocare e comunicare. Spesso lo psicanalista inglese li utilizza nei colloqui con i suoi piccoli pazienti: ne abbozza uno in un foglio e poi invita il bambino a completarlo con un disegno più articolato. Da tale spunto si sviluppa una proficua comunicazione terapeutica.
Il gioco per Winnicott rappresenta la nascita del pensiero creativo. Esso, inizialmente, è espresso dal legame del piccolo con la madre, poi diviene la capacità di far diventare gli oggetti dei simboli e, quindi, di trasformare la materia in una realtà spirituale. Queste idee sono sviluppate da Winnicott nei concetti di fenomeno transizionale e oggetto transizionale.
Due giochi transizionali per Veronica Casellato

 

Il fenomeno e l’oggetto transizionale.

Gli oggetti transizionali sono oggetti che aiutano il bambino a effettuare il passaggio – transizione – dalla fase orale a una vera relazione oggettuale.
Nella prima infanzia, prima del costruirsi dell’oggetto transizionale, abbiamo il fenomeno transizionale. Si tratta di attività che accompagnano l’alimentazione, come la suzione del pollice e la manipolazione degli oggetti preferiti durante la poppata. Tali attività forniscono al bambino l’illusione di un profondo e stabile legame con la madre. Dai fenomeni transizionali il bambino passa ad attaccarsi a dei veri e propri oggetti che, rappresentando simbolicamente il seno della madre, gli consentono di “ricreare” il suo rapporto con lei anche quando non c’è. Nella seconda infanzia l’oggetto transizionale diviene stabile ed è costituito, in genere, da un oggetto soffice come un orsacchiotto. L’oggetto transizionale è quindi una creazione del piccolo che fa da tramite tra lui e la mamma e gli permette di sopportare l’angoscia della sua assenza.
Spesso il bambino sceglie come oggetto transizionale qualcosa con cui è stato in contatto dalla nascita o fin dai primissimi tempi; quello che è essenziale per questa creazione è che egli sia venuto a contatto con questo oggetto in una buona situazione di holding.
Il termine holding sta a indicare l’atto fisico del tenere in braccio, però anche le braccia della madre che reggono il bambino, i suoi occhi che lo rispecchiano, il tono della sua voce, i suoi movimenti, e anche l’ambiente in cui tutto questo avviene.
Holding dunque è un “sostenere” in senso lato, ed è proprio questa specificità che crea un legame tra holding e oggetto transizionale. Può essere che il bambino abbia conosciuto il suo oggetto transizionale nella sua seconda parte del primo anno di vita, o ancora più tardi, ma esso avrà sempre qualche caratteristica in comune con un precedente oggetto che è stato presente al bambino nei suoi primissimi mesi di vita, o ancora più tardi, ma esso avrà sempre qualche caratteristica in comune con un precedente oggetto che è stato presente al bambino nei suoi primissimi mesi di vita. Attraverso la percezione tattile dell’orso o di un altro pupazzo o oggetto, il bambino può essere in grado di rievocare precedenti sensazioni cutanee che, a loro volta, possono rievocargli la sua precedente situazione di holding.
L’oggetto transizionale costituisce per Winnicott la base della futura attività creativa e spirituale dell’adulto. Una caratteristica fondamentale dell’uomo è quella di dare un senso a ciò che fa e agli oggetti che produce. L’oggetto transizionale per Winnicott è un campo neutro di esperienza che il bambino non ha bisogno di ricondurre ne alla percezione che ha di sé né, alla percezione che ha il mondo esterno. Con la produzione di oggetti transizionali la mente si mostra capace di creare oggetti simbolici e ciò rende possibile lo sviluppo delle arti, della religione, della vita immaginativa e della creazione scientifica.

Bambole e passeggini con cui Jessica Daprati giocano non sono solo motivo di gioco basato sul ruolo.

 

Il ciclo di vita dell’oggetto transizionale.
Lo studio realizzato intorno agli oggetti di appartenenza del bambino ha messo in evidenza le funzioni dell’oggetto transizionale mettendole in relazione con l’evoluzione dei suoi ruoli e con il sistema di regole e di attese che ne definiscono l’uso. Questo sistema di regole si modifica intorno al bambino e all’interpretazione dei suoi bisogni man mano che cresce. Abbiamo visto come la sua adozione sia inizialmente più o meno volontariamente stimolata dai genitori e auspicata da chi si prende cura del bambino in loro assenza al momento dell’adattamento a nuovi ambienti.
Il bambino comincia a scegliere quale oggetto adottare come transizionale, tra i tanti che gli sono stati proposti, nel momento reale in cui si sente esposto all’ignoto e privato del supporto dei suoi punti di riferimento. Può trattarsi del momento in cui il bambino comincia a dormir solo nella sua cameretta, o quello in cui comincia a dover star separato dalle figure di riferimento, per esempio quando va al nido o anche a stare dalla nonna. Non è neppure tanto raro che l’oggetto transizionale sia adottato al momento di un trasloco o di partire in vacanza. Anche se nella nostra società c’è una maggiore probabilità che questi eventi si verifichino tra il sesto e l’ottavo mese, non esiste un’età precisa che ne determini la scelta, ma piuttosto un certo tipo di esperienze (di separazione) e una certa spinta degli adulti a indirizzare il bambino verso un primo livello di autoregolazione emotiva.
Una volta che la relazione del bambino con tale oggetto è ben strutturata cominciano a farsi significative le pressioni sociali verso il suo abbandono. I genitori cercano di convincere il bambino a separarsene, a non prenderlo sempre con sé a non “farne una tragedia” in caso di perdita o dimenticanza. Analogamente in molte scuole dell’infanzia, e persino durante l’ultimo periodo al nido, è sempre meno consentito al bambino portare con sè questo genere di oggetti.
Difatti ci si aspetta che il bambino di 3-4 anni sia ormai diventato capace di sopportare l’assenza dei genitori, non sia turbato dalle novità e di conseguenza sia pronto a liberarsi da queste appendici.
Accanto a delle ragioni di ordine pratico (evitare di gestire e ritrovare gli affetti personali di ogni bambino ogni giorno) la ragione educativa di questa nuova istanza è riconducibile alla volontà e all’attesa di coinvolgere maggiormente il bambino negli scambi relazionali e di favorire la sua autonomia affettiva rispetto alla famiglia. In questa prospettiva allora l’oggetto transizionale non è più d’aiuto ma addirittura un ostacolo dal momento che sembra piuttosto favorire l’isolamento del bambino nel suo mondo interiore.
Di pari passo anche l’atteggiamento del bambino si modifica un po’ dopo i 36 mesi. Il ricorso all’oggetto transizionale diventa meno ossessivo: il bambino ha bisogno di sapere che l’ha con sé e che nessun altro può prenderlo, ma non ha bisogno di interagirvi continuamente. Ciò non vuol dire tuttavia che sia pronto a separarsene. Il bisogno di ricorrervi nei momenti di insicurezza, di tensione o di passaggio continua a esser vivo. Contemporaneamente un nuovo comportamento fa la sua comparsa ed è proprio questo a mettere in allarme gli adulti e far loro temere che il bambino si stia progressivamente attaccando a tutto ciò che è materiale anziché svincolarsene. L’oggetto transizionale comincia a duplicarsi, sdoppiarsi, circondarsi di una famiglia di oggetti simili. Le funzioni inizialmente tutte svolte da un unico oggetto, appunto l’oggetto transizionale, cominciano a differenziarsi e a essere assegnate ciascuna a un nuovo oggetto. Alla scuola dell’infanzia si può allora notare il bambino portare ogni giorno con sè da casa un oggetto diverso che, oltre tutto, diventa strumento per attirare l’attenzione dei compagni, strumento di scambio, stimolatore di giochi comuni ma anche provocatore di invidie ed esclusioni.
È così che, progressivamente dopo i 4 anni, l’oggetto transizionale sembra man mano svuotarsi della sua funzione di inseparabile compagno di vita. In realtà il suo significato per il bambino non cambia e oltretutto si intensifica l’atteggiamento fedele e premuroso di protezione. Il bimbo costruisce nel suo lettino un nido per il suo amico del cuore, sottraendolo così in modo inequivocabile agli altri, agli scambi, alle richieste di prestito, e utilizzando altri oggetti, meno importanti dal punto di vista identitario, come strumento di scambio sociale. La differenziazione delle funzioni dell’oggetto transizionale e la loro dislocazione su oggetti differenti permettono al bambino di non rimanere sprovvisto di un valido strumento per gestire le sue emozioni, svincolarsi dall’esigenza della presenza concreta dei suoi riferimenti affettivi, costruire un sentimento d’unità personale, vivere nuove relazioni e di conservarne la memoria, senza dover tuttavia dipendere da un unico oggetto.
Oggetto transizionale e patologia.
L’oggetto transizionale nella situazione normale presuppone un buon rapporto con la madre: esso è perciò un calmante. Se l’oggetto è un consolatore rispetto a ciò che la madre non da o non può dare allora diviene segno di una patologia.
Quando un’esperienza traumatica fa perdere l’immagine interna della madre l’oggetto transizionale può divenire un simbolo ossessivo dalla paura di perdere il legame con lei. Winnicott nell’opera ‘’Gioco e realtà’’, descrive il caso di un bambino figlio di una madre depressa, che vive traumaticamente una serie di esperienze di separazione (nascita della sorellina, intervento chirurgico della madre). Il piccolo è ossessionato da ogni cosa che abbia a che fare con i lacci (che sono in un certo senso, i suoi oggetti transizionali). Lo psicanalista tramite il colloquio e i disegni individua l’ossessione, e spiega alla madre che il fanciullo tenta di negare la separazione, di cui aveva paura, facendo uso dei lacci.
L’oggetto transizionale all’interno della famiglia
La cultura famigliare, il senso comune, l’opinione corrente, rivelano spesso nei confronti degli oggetti transizionali, o meglio dei bambini che li utilizzano, o atteggiamenti di opportunistica tolleranza e indifferenza o atteggiamenti di fastidio, di riprovazione e, non di rado, di negazione e divieto.
‘’E’ un’abitudine nata da sola, è una brutta abitudine che mi sono trovata davanti, è un vizio da togliere!’’ sono espressioni ricorrenti tra i genitori.
‘’Questi oggetti, senza i quali il bambino pare non tranquillizzarsi, vanno tolti o lasciati? Qual è il loro significato? E’ giusto che il bambino li porti da casa al nido, o bisogna liberarlo da queste forme di attaccamento? Il succhiarli, l’avvicinarli alla bocca, danneggiano fisiologicamente il bambino procurando ad esempio malformazioni al palato o questo può costituire un danno minore rispetto a quello psicologico derivabile da un’eventuale proibizione?’’ Sono questi alcuni degli interrogativi più pressanti delle famiglie.
Così in genere si fa ricorso a condotte contraddittorie e ambivalenti. Addirittura, a volte di scherno. Il tutto, evidentemente, lontano dalla realtà che alimenta il fenomeno, dalla cognizione vera dei momenti di estrema e intima e sottile rilevanza psicologica che il bambino sta attraversando.
Uno sgarbo, una disattenzione, un’offesa, uno scherno all’oggetto possono favorire autentici fenomeni di sofferenza, anche fisica.
Le situazioni più ricorrenti?
Toccare sgarbatamente l’oggetto, farlo cadere, riporlo con non curanza, guardarlo come se fosse una cosa brutta, fingere di gettarlo via, nasconderlo per far finta che sia andato perso, rimproverarlo dirottando su di lui quanto si vorrebbe dire al bambino…
Se terremo a mente che bambino e oggetto sono nient’altro che una realtà intera, vedremo con chiarezza la consistenza profonda della situazione e agiremo con la dovuta consapevolezza e la necessaria cautela.
Inutile sottolineare la delicatezza e l’importanza dei movimenti e dei processi che sottendono e dirigono la transizionalità del bambino da una forma di attaccamento esclusivo ad una forma più differenziata, aperta, pluralistica, di adesione e relazione: ma questa consapevolezza conterebbe poco se, oltre che degli operatori del nido, essa non fosse patrimonio anche della famiglia.
E’ per questo importante una stretta collaborazione tra genitori e operatori del nido, in modo tale che quest’ultimi possano conoscere e chiarire gli eventuali dubbi della famiglia, affinché anch’essa prenda coscienza della positività del decorso dell’esperienza transizionale. Essa sta proprio nel suo lento, fisiologico, naturale superamento: il bambino via via accetta di distaccarsi dai contenuti simbolici dell’oggetto privilegiato e dalle pratiche ad esso congiunte e di trasferire i suoi investimenti pulsionali, affettivi, cognitivi su zone più ampie arricchendo e variando le modalità di relazione.
Una volta raggiunta da parte dei genitori piena consapevolezza dell’importanza di questi fenomeni nella vita del bambino, risulta chiaro il corretto atteggiamento che essi dovrebbero dimostrare nei confronti degli oggetti privilegiati: i genitori devono solo relazionarsi in modo empatico cercando d’andare incontro alle reali esigenze del proprio bambino.
Racconti all’interno della famiglia
Luca: (3 ANNI E 2 MESI)
-Frequenta il nido dall’età di 15 mesi
-OGGETTI TRANSIZIONALI: succhiotto, orsacchiotto, batuffoli di cotone.

 

La madre racconta…..
‘’Luca ha sempre usato il ciuccio e, verso l’anno, ha cominciato a portare a letto con sé anche un orsacchiotto che gli era stato regalato. La sua passione per il cotone ha avuto origine da un maialino di pezza, anche questo regalatogli quando aveva circa un anno e che a un certo punto si era un po’ scucito: Luca allora ha cominciato per gioco ad estrarre l’ ovatta che fungeva da imbottitura e a manipolarla strofinandola tra le dita o spezzettandola.
Esaurita l’ovatta del maialino, Luca ha cominciato ad usare il normale cotone idrofilo: ne staccava uno alla volta diversi pezzetti durante la giornata.
Alcuni mesi fa, visto che l’attaccamento al cotone continuava, per evitargli la fatica di strappare i pezzi ho cominciato a comprargli le confezioni di batuffoli colorati. Ne tiene sempre una con sé e una al nido.
Ricerca maggiormente il ciuccio, l’orsacchiotto e il cotone la sera, al momento d’andare a letto, oppure nei momenti in cui si sente frustrato o contraddetto, anche se, lavorando tutto il giorno fuori casa, durante il tempo che passo insieme a lui, cerco di essere dolce e tollerante e di gratificarlo il più possibile.’’
Come possiamo aiutare il bambino a separarsi dal suo oggetto transizionale senza soffrire?
La ragione per cui si consiglia sempre di lasciare che il bambino sia pronto a compiere questo passo da solo, senza obblighi e forzature si evince chiaramente alla luce del ruolo che esso svolge nello sviluppo emotivo, psicologico e sociale del bambino. Non si può intervenire su questo oggetto senza intervenire anche su questi processi di costruzione personale del bambino.
Ciò che tuttavia si può fare per aiutare il bambino a seguire il suo percorso personale consiste nel sostenere tali processi di attaccamento, di consolidamento, di differenziazione e infine di lenta simbolizzazione. È controproducente voler evitare che il bambino si affezioni in modo così adesivo al suo oggetto transizionale con l’intenzione di promuovere la sua autonomia e la sua partecipazione sociale. Il bambino ha bisogno di un simile strumento per rassicurasi, separarsi dai genitori, costruire un’idea di sé come di un’esistenza individuale, dotata di volontà, desideri ed esigenze proprie oltre che di coerenza e continuità.
Se l’attaccamento ansioso e ossessivo all’oggetto perdura oltre i sei anni è probabile che tale oggetto non sia stato sufficiente a permettergli di interiorizzare l’immagine amorevole dei suoi riferimenti affettivi in modo da colmare le sue ansie e andare verso gli altri e verso il mondo con un sentimento di fiducia e serenità. In tal caso il suggerimento è di incoraggiare il bambino a vivere a pieno il rapporto con il suo oggetto transizionale piuttosto che ostacolarlo o accelerarlo. Diverso è il caso in cui il bambino non riesce a investire un oggetto di questa funzione perché proprio la relazione, che avrebbe dovuto trovare nell’oggetto il suo simbolo, non è stata vissuta fino in fondo o in maniera sufficientemente sicura oppure perché non si è verificata un’esperienza di reale solitudine e separazione da essa.
Con questo non si intende affermare che tutti i bambini devono possedere un oggetto transizionale per poter crescere sani. D’altro canto diversi studi dimostrano che il 50% dei bambini non mostrano un oggetto transizionale o perché si presenta in forme inconsuete o perché effettivamente non l’hanno adottato. Ciò che resta importante per lo sviluppo psicologico del bambino è che, a un certo punto, faccia esperienza di separazione e che questa non si traduca in un’esperienza devastante ma piuttosto gli offra la possibilità di affrontarla in maniera costruttiva, elaborando nuovi equilibri e progressive autonomie. L’oggetto transizionale resta lo strumento che la nostra società ha elaborato per rispondere a questa esigenza e supportare questo percorso ma ve ne potrebbero esser molti altri.
Quanto di concreto si può fare è riconoscere tali esigenze del bambino, mediarle con le esigenze del contesto sociale nel quale vive, supportando il percorso di sviluppo che il bambino intraprende senza caricarlo di ansie o paure per i rischi che corre.
Questo vuol dire:
  • Vivere con lui da subito una relazione intensa e capace di contenere e rielaborare le sue emozioni.
  • Stabilire delle routine cariche di affetto e rassicuranti con lui.
  •  Non evitare che ci sia un momento di separazione piuttosto offrirgli un mezzo che gli permetta di continuare il rapporto sospeso e di attendere senza disperare la sua ripresa.
  • Lasciare che si affezioni a un oggetto e che questo oggetto trasporti i vissuti e le emozioni del bambino seguendolo ovunque egli vada.
  • Nel momento in cui il bambino mostra di non aver più bisogno di rimanere attaccato (fisicamente) a tale oggetto, aiutarlo a proteggerlo perchè sia sicuro di riaverlo nel momento del bisogno.
  • Favorire il processo di differenziazione e dislocazione delle sue funzioni su altri oggetti in maniera di non farne oggetto di interesse o desiderio in quanto tali ma piuttosto imparare a utilizzarli come strumento per compiere altre attività, come ad esempio giocare insieme.
In tutto questo percorso non dimenticare mai che il bambino vive delle reali esperienze d’amore anche se con degli oggetti. È indispensabile non solo rispettare queste emozioni ma anche la maniera in cui si esprimono e dunque comprendere la valenza simbolica di tali oggetti. Si ricordi ancora che una separazione diventa accettabile solo se la relazione è stata interiorizzata, cioè se la si porta dentro e niente (nè il tempo, nè la distanza) e nessuno può distruggerla. Questo è possibile se è stata vissuta pienamente e se può esser custodita nel proprio cuore. Non è utile infliggere al bambino una separazione se non per ottenere un attaccamento più ansioso e ossessivo. Più opportuno è aiutarlo con i gesti e le parole a prendersi cura dell’oggetto del suo amore e quindi, per esempio, a lasciarlo a casa perché si sia sicuri che stia bene e che sia al sicuro. Infine un oggetto unico è necessariamente indispensabile e insostituibile. Può esser allora opportuno diversificare gli oggetti e l’uso che il bambino ne può fare per evitare l’irrigidimento e la chiusura. Indicargli con fiducia quali sono le risorse a sua disposizione o le relazioni di riferimento in caso di disorientamento può essere una buona regola generale di benessere e sicurezza.

 

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