Che emozione… il giocare

E quali sono state le nostre emozioni e le riflessioni che ci sono venute dopo che abbiamo giocato? Non potendo tutti provare le medesime emozioni e trattandosi di ricerca qualitativa, abbiamo deciso, dopo una discussione in aula, che, per ciascuno dei quattro giochi giocati, due di noi narrassero la propria esperienza.

Il gioco della Lippa

Provando in prima persona il gioco della lippa sono sorte in me diverse emozioni e spunti di riflessione.

Provare il gioco che, per eccellenza, ricorda l’infanzia degli anziani d’oggi ha tinto quel momento di toni seppia. Un gioco strutturalmente semplice: una mazza spesso fatta di legno o ricavata con il manico di una scopa, e la lippa vera e propria che è un altro pezzo di legno appuntito ai lati. Sicuramente questo gioco richiama una componente biologica come “allenamento alla sopravvivenza”, infatti il lanciatore (o padrone), quando riceve il lancio di ritorno dal servo, deve proteggere il cerchio da cui ha lanciato per mantenere il suo ruolo di padrone, il che è molto difficile poichè con il bastone con cui si lancia la lippa bisogna anche deviare il lancio di ritorno del servo.

Giocando a questo gioco si rievoca il tenore di vita di quel tempo, all’insegna della semplicità e dell’autonomia contadina.

Ricordo i racconti di mia nonna che ogni giorno, se non bisognava lavorare o proteggersi dai raid aerei, con i ragazzini del paese, <<in tempo di guerra>> trascorrevano le giornate giocando a lippa e altri giochi. Le emozioni sono positive soprattutto nella condivisione di una realtà deltutto diversa dalla mia; giocare alla lippa non è stato facile: prima di avere dimestichezza con un gioco così apparentemente semplice sono passate parecchie lezioni. L’immedesimarsi in un altro contesto è stato complicato.

 

Giocando si comprende la diversità dell’epoca e come a mio avviso settant’anni fa la costituzione, le facoltà e le potenzialità dei bambini fossero diverse, forse dotati di facoltà percettive migliori di quelle dei bambini d’oggi; la seria difficoltà si trova nella percezione e stima delle misure per il lancio e la reattività nella presa della lippa. Oggi un bambino è portato ad affrontare il momento del gioco in modo più sedentario, anche il luoghi si circoscrivono a parchigiochi, dove le attività sono già strutturate. Sin da piccoli i bambini sono abituati a giocare con giochi “moderni”, e meno rurali o di movimento (macchinine o videogiochi), questo perchè, sempre secondo una visione atta alla sopravvivenza, non è più utile insegnare ai bambini a proteggere un futuro “nido”. Anzi, l’esigenza moderna porta ad un'”educazione alla pace” che si riscontra in tutti quei giochi di gruppo come “girotondo”.

 

Francesco Cerutti

Un bastone lungo 15 cm e un pezzettino di legno appuntito da entrambe le estremità. Ecco questi sono gli unici due strumenti che mi hanno permesso di fare un salto nel passato e rivivere un pezzetto dell’infanzia di mio nonno.

Quest’ultimo è stato proprio l’artefice di questi due oggetti, si, basta avere due bastoni e il gioco é fatto.

” Veronica, non è difficile colpisci l’estremità più esterna del bastoncino appuntito, magicamente si alzerà da terra e con un colpo deciso cerca di mandarlo più lontano possibile” Semplice, dissi io dopo questa breve spiegazione, subito provai e… Non ci riuscì ! Proprio in quel momento incominció la sfida, com’era  possibile che mio nonno ci riusciva ed io no ??!

Portai questi due nuovi oggetti a scuola, e così insieme ad un compagno iniziai a provare e riprovare !!

Ci vuole impegno, tanto impegno e allenamento però alla fine come in tutte le cose si riesce ad arrivare alla fine di qualsiasi attività.

All’inizio è stato scoraggiante provare e riprovare e non riuscire, sbagliare a colpire, non riuscire a far volare il bastoncino di neanche un metro e perdere addirittura dalle mani il bastone. Anche per il mio compagno fu un’impresa difficile quasi ritenuta impossibile.. fino a quando improvvisamente ci riuscì e il bastoncino cominciò a planare lontano. In seguito anch’io ce la feci e l’entusiasmo era alle stelle!

La parte piu’ divertente fu poi vedere il resto della classe che si cimentò dopo di noi, increduli della nostra incapacità, che subito compresero quanta fatica avevamo fatto. Per non parlare del momento in cui bisognava filmare l’intero gioco e ogni volta che partiva il video non riuscivamo a far volare la lippa. Dopo numerosi tentativi anche il video riuscì e cosi ho imparato che non bisogna pensare che se noi oggi sappiamo usare l’alta tecnologia allora sappiamo fare tutto ciò che facevano nel passato, perché loro avevano le nostre stesse capacità con la sola differenza che noi oggi tendiamo a risparmiare le energie motorie per paura che la nostra tecnologia ci scappi dalle mani.

Veronica Casellato

Il gioco dei trampoli

Il gioco dei trampoli si discosta molto dai giochi moderni. In prima persona ho provato sensazioni assai differenti dalle attività ludiche che durante l’infanzia svolgevo.
I trampoli che ho utilizzato per giocare sono stati costruiti artigianalmente con il materiale fornito dalla professoressa di educazione fisica: per questo motivo si è sviluppata in me una visione semplice e umile del medesimo gioco. Tali emozioni, però, hanno suscitato in me molto divertimento e mi hanno recato uno strano piacere derivato dall’avere sotto i piedi un sostegno che quotidianamente non abbiamo a disposizione e non utilizziamo. Il gioco è stato svolto da due squadre, le quali dovevano affrontare una staffetta: è in questa circostanza che nasce un ulteriore sentimento, caratterizzato da una sana competizione e una forte volontà di vincere.
In relazione a tutti questi aspetti descritti, il gioco dei trampoli, che, prima d’ora, non avevo mai praticato, ha originato in me forti sentimenti di gioia e totale immersione nell’attività; una parte di me è ritornata bambina, grazie alla spensieratezza e alla spontaneità che questo gioco mi ha donato, ma soprattutto alla grande semplicità con la quale essi sono stati costruiti, rapportata all’immensa varietà di sensazioni che possono nascere dal loro utilizzo.
Infine, tale esperienza mi ha fatto riflettere molto: praticando questo gioco mi sono chiesta il motivo per cui ai bambini di oggi, e anche a quelli della mia generazione, vengano proposti solamente giocattoli elettronici oppure oggetti tecnologici, quasi discriminando quei giochi a cui è possibile giocare a contatto con i coetanei e all’aria aperta. E’ corretto sostenere che c’è il bisogno di stare a passo con i tempi, con le nuove mode e con la nascita di nuove tradizioni, ma all’interno di quest’affermazione è presente anche una forte rottura con il passato: si è arrivati ad un punto estremo, in cui non convivono giochi tradizionali, trasmessi dai nonni o dai genitori, con quelli moderni. Se così fosse, i bambini riuscirebbero sicuramente a sviluppare e a migliorare aspetti sia cognitivi, sia emotivi e sia relazionali.

Stefania Metta

Selfie_Metta

Nell’ambito dell’area di progetto ho partecipato ad una staffetta a squadre su trampoli artigianali, costruiti appositamente per realizzare il lavoro.

Avendo distribuito i partecipanti delle due rispettive squadre avversarie in ordine alfabetico su due file parallele, mi sono ritrovata nell’ultima postazione, posizione decisiva al fine della vittoria in quanto con la mia prestazione avrei potuto far perdere secondi decisivi alla mia squadra portandola in svantaggio o, nel caso contrario, guadagnare tempo prezioso e ritrovarmi in una situazione vantaggiosa rispetto agli avversari.

Considerato il mio carattere fortemente competitivo, mi sono sentita invasa da una grande senso di responsabilità nei confronti delle mie compagne di squadra così, per allontanare la paura di sbagliare, mi sono concentrata sulla prestazione delle compagne che mi precedevano nella fila, incitandole con un tifo di incoraggiamento che servisse a me come sfogo personale, a loro per accrescere lo spirito di rivalità (restando comunque nell’ambito sportivo) e ai competitori per essere intimoriti da un avversario così sicuro delle proprie capacità.

In realtà questa sicurezza nello sport, così come nella scuola o nella vita in generale, non mi appartiene affatto. Una volta salita su quei due trampoli, ho avuto come la sensazione di camminare su un cornicione ad altissimo livello rispetto al suolo, anche se in realtà fossi sollevata di non più di mezzo metro, la prospettiva da quei “piani alti” mi dava una percezione dell’ambiente circostante completamente estranea, curiosa, strana.

La paura di cadere, la voglia di impiegare il minor numero possibile di secondi per completare il lavoro e l’emozione di sperimentare un gioco mai provato prima, si condensarono dando luogo ad un urlo quasi isterico di “Aiuuutooooo prooof”, seguito da un’esplosione di colore che accentuò ancor di più i pomellini rossi che caratterizzano il mio viso.

L’impeto della sfida mi diede la carica energica sufficiente per affrontare la gara e, a pochi passi dal termine del mio percorso, rischiai persino di inciampare capitolando al suolo in modo piuttosto buffo ma, per fortuna, riuscii a mantenere la situazione sotto controllo azzardando un passo leggermente più lungo ed arrivando alla meta soddisfatta.

 

Alcune compagne paragonarono la camminata sui trampoli a quella sui tacchi; devo ammettere (per quanto mi riguarda) che la difficoltà per gestire entrambi non sia molto diversa: concentrazione, atteggiamento deciso per sembrare ad occhi esterni più naturale possibile e capacità di equilibrio sono i presupposti fondamentali per una buona prima impressione ma, per vincere le proprie paure ed il giudizio degli altri, una buona dose di divertimento e la voglia di mettere alla prova se stessi, sono gli ingredienti fondamentali per la vittoria.

 

Denise Vagnini

 

“Il gioco del mondo”

Durante alcune ore di educazione fisica, dopo aver riprodotto il consueto disegno delle caselle numerate, io e una mia compagna abbiamo giocato a “mondo”. Il semplice fatto di disegnare sul pavimento mi ha riportato indietro nel tempo, quando passavo le giornate all’aria aperta tendenzialmente da sola ma talvolta in compagnia di altri bambini. Inizialmente pensavo mi risultasse facile saltare dopo aver lanciato il coccio di mattone, in realtà dopo alcuni tentativi mi sono resa conto di quanto fosse difficile: infatti il gesto richiedeva una discreta coordinazione oculo-manuale, che probabilmente è venuta meno con il passare del tempo. L’attesa che si accompagnava al gesto del lancio ha creato in me una certa tensione, dovuta alla speranza di vedere il coccio sulla casella che mi ero prefissata di raggiungere. Quindi, devo ammetterlo, dopo numerosi tentativi, ho raggiunto la casella in questione: anche questo passaggio, che inizialmente ritenevo banale, ha suscitato in me la voglia di terminare il percorso. Una volta concluso, il desiderio immediato è stato quello di ripetere l’azione e il fatto di dover aspettare il mio turno mi è risultato difficile. L’idea di giocare senza materiali, costruendo io stessa il “contesto” in cui giocare ha fatto in modo che sentissi ancora più “mio” questo momento. In particolare, il gioco del mondo rimanda all’idea di un ciclo da concludere, un percorso da percorrere attraverso tentativi che non risultano mai vani, perché in qualche modo, attraverso la ripetizione e quindi l’esercizio, nel turno successivo si acquista maggior consapevolezza dell’obiettivo. Per questi motivi ritengo che si possa cogliere una dimensione che va ben al di là del gioco stesso, una sorta di senso ultimo che nell’età infantile è sottointeso mentre ora, per essere colto, necessita di una meditazione successiva. Più di qualsiasi altra fase, questo momento di riflessione, mi ha consentito una visione più ampia sia del momento del gioco in sé, sia delle mie esperienze passate: ho avuto modo di considerare a posteriori l’esperienza ed è stato insieme un ritorno al mio passato e un momento di crescita.

 

Marta Guarischi

Ho partecipato in prima persona all’attività svolta per l’area di progetto, in particolar modo a “Mondo”. Partecipare a tale gioco non è stata affatto una nuova esperienza per me: fin da quando ero bambina nella corte di casa mia, io e mia sorella ci cimentavamo in questo gioco, che occupava gran parte delle nostre giornate. Riparteciparvi dopo molti anni e con nuove persone, però, ha fatto rivivere in me l’emozione di quando ero bambina: il contesto, l’ ambiente e le persone, questa volta erano diverse e io stessa mi sono approcciata al gioco in modo diverso, sia a livello emotivo che a livello pratico. Infatti se quando ero bambina prediligevo il divertimento e la spensieratezza, da adolescente la competizione e il rispetto delle regole occupavano un posto di rilievo.
Silvia Brigada

Palla prigioniera

 

Fra i giochi svolti da noi ragazzi per la nostra area di progetto, ho partecipato all’unica attività ludica di squadra: palla prigioniera. Questo gioco mi è sempre piaciuto e lo trovo particolarmente attuale nonostante le sue radici antiche! Infatti ricordo che era un gioco svolto molto frequentemente alle elementari e alle medie, e so per certo, avendo una sorella più piccola, che è un gioco che ancora oggi è spesso scelto dai bambini nel primo approccio con i giochi di squadra.Dopo aver composto due squadre da 5 giocatori, io e le mie compagne ci siamo recate nel cortile della scuola dove la nostra professoressa aveva realizzato con semplici attrezzi della palestra scolastica un campo diviso in due parti, ognuna con la propria “prigione”.Palla prigioniera è un gioco di squadra molto semplice, le regole sono poche e per praticarlo non servono particolari capacità come può invece succedere in altri giochi! L’unica cosa indispensabile per giocare, o meglio, per aspirare a vincere è una: la velocità. Per questo motivo questo gioco mi è sempre piaciuto, infatti non sono una persona particolarmente sportiva ma sono sempre stata abbastanza veloce nella corsa per piccole tratte. Mi sono concentrata per tutta la partita sul correre più velocemente possibile e spostarmi per evitare di essere presa dalle avversarie, mi sentivo abbastanza sicura di poter arrivare a fine gioco senza essere mandata nemmeno una volta in “prigione”, tuttavia in un momento di distrazione un’avversaria mi ha presa sul piede.. Sul momento mi sono rimproverata per la distrazione, ma ho cercato subito di “liberarmi” e ci sono riuscita poco dopo.Indispensabile in questo tipo di attività è l’armonia fra i componenti e lo spirito di squadra, così io e le mie compagne delle squadra Rosa abbiamo subito inventato dei cori per incitarci a vicenda durante la partita. Mi sono divertita sia perché, come già detto, questo gioco mi piace fin da quando ero bambina, ma anche perché l’atmosfera era molto allegra e tutte avevamo voglia ed eravamo spronate a tentare la vittoria, divertirci e trascorrere al meglio questo momento di svago! Infatti, nonostante rientrasse nelle attività didattiche, lo svolgimento di questo gioco è stato per noi motivo di allegria e distrazione in un periodo scolastico per niente leggero.
Elisabetta Musitano

 

Nell’ambito dell’area di progetto ho partecipato al gioco della palla prigioniera.

Per me è stato una sorta di ”ritorno al passato” in quanto l’ultima volta che vi avevo giocato penso sia stato all’incirca in V elementare. Ho trovato molto divertente però tornare un po’ bambina insieme alle mie compagne, in quanto è stato bello dimenticare almeno per un attimo che ormai il mio percorso verso l’età adolescienziale si stia ormai portando a termine. Mi ricordo che quando ero piccola questo gioco era uno tra i miei preferiti perchè il fatto di avere un gruppo con cui condividere le emozioni provate, come ad esempio la rabbia quando veniva colpito uno di noi, o l’agitazione per la paura di essere colpiti, oppure ancora, la sensazione di potenza quando colpivamo un avversario, mi faceva provare felicità.

Ora le emozioni provate sono un po’ diverse, prima di tutto perchè è cambiata l’età, e in secondo luogo perchè non c’è più, almeno per me, la stessa competizione che c’era qualche anno fa.

Infatti l’aspetto migliore di questa esperienza, non è stato il gioco in sè, ma il poterlo condividere con persone che in quanto all’apparenza, non sembrano più avere l’età giusta per potersi divertire con una semplice attività che implica soltanto l’utilizzo di una palla.

Ciò che più mi ha sorpresa, è il fatto che noi giovani, nonostante veniamo definiti generazione dei “social network” o dei “videogames”, siamo riusciti a smentire e dimostrare che non tutti gli stereotipi siano veritieri e corrispondano a ciò che è in realtà. Anzi, non abbiamo semplicemente giocato, ma ci siamo divertiti, che è quello che dovrebbe succedere ad ogni età mentre si svolge un’attività ludica.

 

Infatti a mio parere tutti possono e devono giocare.

Victoria Bergonzi

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